domenica 3 giugno 2012

Papa o famiglia?


Se alla fine le polemiche sul papa si sono concentrate su un buffetto dei vescovi a Pisapia, e sulla smentita da parte del sindaco di Bresso rispetto alle proibizioni ad affacciarsi alle finestre, ci tengo a dare una piccola testimonianza dei giorni vissuti rispetto alla visita papale per l’incontro delle famiglie.
Tralasciando le persone che mangiavano il panino parcheggiando il proprio deretano in piazza Duomo e suonando allegramente la chitarrra osannando il Celeste (quello vero, non Formigoni), cosa su cui sono d’accordo in linea di massima, non fosse che nessun altro lo può fare senza essere cacciato dai vigili.
Tralasciando il fatto che (finalmente) si deve dire che ATM, Trenitalia e LeNord hanno fatto funzionare bene i mezzi (Miracolo!) e che c'è stato un notevole servizio informazioni.
Tralasciando anche i quadretti buffi in cui tonacati si sono piazzati sopra la griglia della metro in pieno stile Marilyn Monroe per veder confiare il gonnellone. Plauso delle suore, con malcelata invidia in una giornata calda.
E tralasciamo anche la quantità di denaro spesa per questa buona visita, che sommandosi alla manifestazione del 2 giugno rende ancora più difficili da sopportare la crisi e le accise per la ricostruzione post terremoto.
Tralasciamo le polemiche sul diritto delle coppie, intendendo tutte le coppie (ma allora, perché proprio a Milano? Fatevi il vostro incontro in un posto in cui non siate in aperta polemica nei confronti del governo cittadino).
Tralasciamo il cattivo gusto del capo del governo di una nazione straniera che ha scelto il giorno in cui si festeggia la Repubblica di uno stato ospite e laico per celebrare un incontro che supporta nettamente alcune precise scelte politiche di parte.
Tralasciamo anche la presenza di cori a cappella nella metropolitana, muniti di testi fotocopiati, telecamera professionale e piccolo cordone di credenti a difesa dei cantori che impedivano l'entrata nei vagoni (provate voi a suonare qualsiasi genere in qualsiasi mezzo o area pubblica, a Milano: vi chiedono di andarvene, e spesso i cittadini si scocciano anche un pochino).
Tralascerei anche la solita polemica sul fatto che per parlare di famiglia, forse dovresti prima averne una (intendo una vera, in cui litighi con la moglie, lavori troppo per riuscire a fare all'amore quanto vorresti, devi far quadrare i conti, i figli chiedono la play station, il vino lo paghi più dell'acqua e i pani e pesci non si moltiplicano da soli).
Insomma, tralasciando tutto, resta che Milano è vissuta per tre giorni in funzione di un capo di stato straniero che interferisce con gli argomenti politici nostrani. Tralasciando tutto, non resta che la scomodità di doversi adattare alle fermate della metropolitana chiuse, ai blocchi del traffico, ai mezzi stracarichi, alle ondate di "turisti" organizzatissimi che campeggiano sui marciapiedi e nelle piazze.
Mi chiedo se al buon Benedetto non sia venuta voglia di fare due passi per la città, e se non abbia eventualmente una squadra di robusti ragazzotti credenti e sorridenti che spostino le persone che chiedono l’elemosina (se non ve ne foste accorti, a Milano sono aumentate), per non rovinare il paesaggio e non farlo sembrare troppo reale. O se, alzando gli occhi durante la sua passeggiatina, si accorga che stanno moltiplicandosi i cartelli “Vendesi”, dato che anche a Milano sembra finalmente palese che i solidi vengano venduti per recuperare liquidi. Magari, se non restasse in Duomo o a San Siro, potrebbe farsi un giro a Corvetto e chiacchierare con le persone che ci vivono, o potrebbe passare dietro il mercato ortofrutticolo (lì il campo Rom non è nemmeno abusivo…beh, quello che è bruciato di fianco sì, ma tanto non c’è più).
Caro Benedetto, non è che hai esattamente fatto girare l’economia, ma qualcos’altro credo tu l’abbia fatto girare in questi giorni.
Non so gli altri, ma a me la “famiglia per forza” non ha convinto.
Vediamo se per il Dalai Lama, tra un paio di settimane, sarà la stessa cosa. Ah, no, scusa…lui in fondo è solo un rifugiato politico.
Come? Ah, siete entrambi i capi spirituali di una religione. Scusatemi…malpenso come al solito.

giovedì 3 maggio 2012

Avventure

Ci facciamo strada nel canneto, in mezzo al fango, mentre i sandali restano impigliati nelle radici che affiorano. Affondiamo nell’argilla viscida con un effetto ventosa che quasi ci scalza. Oltre la vegetazione sentiamo voci e suoni, ma giungono attutiti. O forse è solo lo stordimento della pozione magica che non ci fa percepire bene, ma ci ha permesso di varcare la porta su una dimensione sconosciuta. Ci guardiamo in faccia, borbottiamo un’imprecazione a mezza bocca ogni volta che battiamo l'alluce su una pietra o che scivoliamo rischiando di finire a terra. I rumori attorno quasi spariscono, ci abbassiamo per non farci vedere, silenziosi per quanto possibile, dalla strada pattugliata.
Ci siamo quasi! Stringiamo i denti. Dobbiamo saltare alcuni rivoli d’acqua, ma ci finiamo dentro fino alla caviglia, mentre le zanzare non ci danno tregua e il sudore ci cola negli occhi.
Mi volto: mi segui ancora? Sì.
Le tracolle si incastrano nei rami più bassi, le magliette leggere quasi si strappano, i pantaloni larghi sono d’impaccio in questa macchia fitta. Spostiamo a turno i rami, ci abbassiamo per passare sotto ai tronchi caduti o ci alziamo per scavalcarli, mentre le borse che portiamo a tracolla sfiorano l’acqua stagnante e la melma: dobbiamo fare attenzione, non devo perdere la bottiglia con la pozione, acre e rosso sangue, e tu non devi perdere i colori magici, o tutto sarà stato inutile! Le superfici sono ricoperte di uno strato di alghe verdognole, una sorta di mucillagine velenosa. Non dobbiamo sfiorarla.
Siamo due esploratori intrepidi: i primi a mettere piede su questo pezzo dell’isola, i primi a sfidare la sua maledizione. Il nostro mezzo ci ha abbandonati a due giorni di cammino: intorno a noi terre primordiali, ancora inesplorate, stanno per svelare i loro tesori segreti, le loro specie peculiari, ecosistemi primitivi e ancora vergini, forse popolazioni ostili. Forse ci stanno osservando, in attesa di capire le nostre intenzioni. A mani nude, a piedi quasi scalzi, ci facciamo avanti nella boscaglia, mentre quella parvenza di sentiero è sparito ormai da un bel po’, segno evidente che nessuno si avventura mai fino a qui.
Siamo due naufraghi, lasciati su un’isola deserta, mille occhi ci guardano tra il verde dei rami. Nell’acqua movimenti languidi spostano appena la superficie. Potrebbero esserci bestie, sepolte nel fango, che nemmeno possiamo immaginare. Animali nuovi, tutti da scoprire, pericolosissimi, mentre sulle nostre teste volano uccelli che emettono suoni sconosciuti.
Ci addentriamo sempre più nel verde, su una lingua di terra sempre più sottile, per arrivare a dove la terra sbocca sull’acqua e la boscaglia si apre all’improvviso su un bacino, all’aperto. Ci sorridiamo, tenendoci per mano, arriviamo sulla riva e ci raddrizziamo, respirando a fondo l’aria umida della notte, un po’ puzzolente di marcio, di vita che evolve. A volte ci sosteniamo abbracciandoci, quando le gambe e i piedi fanno cilecca, quando inciampiamo, felici per una nuova scoperta. Gli uccelli acquatici ci scappano da sotto i piedi, starnazzano perché stiamo disturbando il loro sonno. I coccodrilli si ritrasformano in tartarughe d’acqua lasciate da famiglie stufe di accudirle.
Torniamo indietro: ripercorriamo un pezzo della strada fatta fino a qua, dove il sentiero ormai non si vede più. Abbiamo sbagliato direzione. Le zanzare ci massacrano, i rami ci pungono i piedi nudi e il fango minaccia di passo in passo di staccarci le scarpe dai piedi. Piedi che, ormai, sono bicolori: chiari sopra, dove la polvere e l’argilla si sono seccate, e scuri sotto, dove il fango è ancora umido e fresco. Scivoliamo e ci sosteniamo a vicenda ancora qualche volta. Ci avranno seguiti? Allunghiamo le orecchie, aspettiamo il rumore di passi dietro di noi, l’imprecazione e i tonfi goffi degli anfibi neri che spaccano i ramoscelli sotto la suola. Arriviamo ad una passerella, sospesa a un metro da terra da un lato, dall’altro lato l’acqua più profonda e scura, specchio quasi immobile che riflette le stelle e qualche altra luce. Dobbiamo fare attenzione: siamo allo scoperto. Camminiamo sulla passerella in cemento, larga una quarantina di centimetri. Scavalchiamo rami e cespugli, inciampiamo sulle canne cadute e sui tubi di un’idrovora mai vista in funzione. Maledetti, non ci avrete! Stiamo rischiando la vita, ma non ci arresterete, non lasceremo che fermiate la nostra rivoluzione!
Cadi, quasi. Ma ti tengo per mano e non ti lascio perdere l’equilibrio, mentre mi giro per essere sicura dalla tua presenza. Inciampo, ma le tue mani mi tengono e non finisco in acqua. Riequilibro il tascapane. Alziamo gli occhi: ci siamo quasi, i nostri compagni ci fanno cenno con le mani, oltre la boscaglia, alle loro spalle i tazebao di guerra dipinti sul muro della rivoluzione. Se arriviamo fino a lì, siamo salvi!
Chi vuoi che sia talmente pazzo da seguirmi in una missione di questo tipo, solo per arrivare a vedere dove sbocca il sentiero, solo per vedere cosa c’è nel canneto, che non si possa vedere dalla strada? La prossima volta che beviamo due litri (erano due?) di vino (rosso) in due, eviteremo di scendere in darsena in sandali.

venerdì 23 dicembre 2011

Di nuovo sull'eroismo

Attraversare mari in tempesta: questo lo sappiamo fare. Scherzare con le bestie più pericolose, uccidere i giganti cattivi, affrontare le crudeltà più atroci, prendersela con quelli più grossi di noi, combattere battaglie perse. Yeah, tutto per la nostra stoffa.
Ma le piccole crudeltà di ogni giorno, la ricerca di un pezzo di sé…
Non che ci sia una legge universale: sembra sempre che gli altri ci riescano senza sforzo, e che tu invece resti lì, piantato nel fango che si secca e non riesci ad uscirne. Mica panico da sabbie mobili, no. Già sarebbe qualcosa che ti farebbe sentire come minimo un eroe.
Leggi Neruda, leggi Pessoa: ti sembra di essere in ottima compagnia. Solo che loro erano poeti, magari anche con qualche problema di depressione e personalità multipla. Ma almeno scrivevano bene.

E tu? Che fai? Ti arrampichi sugli specchi, giochi, crei una maschera da usare e da tenere ben lontana dal viso. Nessuna bugia, solo una crosta di verità. Un gioco di parole divertente che ti fa sentire furbo e intelligente. Prendi ispirazione da tutto quello che ti circonda, e sei di volta in volta una strega nel maelstrom dello spazio, un arciere in una città-stato post moderna, il nome di una creatura magica.
E lo strano testo di una canzone che ti canti da solo, liberando reami immaginari e saldando debiti altrui con una giustizia che conosci solo tu: un eroe, un eroe vero.

(le immagini di questo post sono tratte dagli albi di Leo ortolani, Rat Man 299 e +1)

mercoledì 30 novembre 2011

Sulla schiavitù

Riporto un pezzo di Pessoa, forse il mio poeta preferito in questi anni.
Ripreso dal "Libro dell'Irrequietezza" di Bernardo Soares.

"La schiavitù è la legge della vita, e non c’è altra legge perché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente? Io stesso, che soffoco dove sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano? Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi liberi, il mare visibile e l’orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto o al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell’angolo o a non scambiar il buongiorno con l’ozioso barbiere.
Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle."

lunedì 14 novembre 2011

Al grand marché

Immaginiamo di andarcene al mercato.
Un bel mercato africano, chiassoso e colorato. Cesti, banane e bambini. Bacinelle colorate piene di qualsiasi cosa, set di pentole smaltate. Immancabili sacchetti di plastica, inutili e sottili, ti seguono in mano ad un accompagnatore autonominatosi per l'occasione.
Con le bancarelle strette strette una all'altra: comincia su dei banconi di cemento, coperti da un tetto, in una struttura in muratura aperta come un enorme porticato. Tutto attorno sono cresciuti interi quartierini di banchetti e bancarelle di legno coperte, che ormai fanno un tutt'uno.
Si passa da una strada vociante, piena di clacson e persone, motorette e passanti, sole e polvere, a una serie di budelli in cui, addentrandosi, la luce si attenua a poco a poco.
Per terra, canaline di scolo in cui è poco raccomandabile infilare un piede, cartoni e pezzi di legno arraffazzonati per evitare di mettere i piedi nella fanghiglia o nella merce che marcisce, o su qualche coda di pesce vecchia di giorni, o su qualche pezzo di intestino. O su chissà che liquido si sia mischiato con la polvere e la terra della strada.
Sopra tutto, un'allegrissima puzza, di cose che si decompongono, di sporcizia, spezie, verdure e frutta, e di esseri umani puliti, sporchi o profumatissimi, e qualche cane.
Si va a settori: il settore del pesce fresco e secco, di mare, e affumicato, di fiume. Il settore della verdura e della frutta. Alcuni prodotti sono venduti già lavorati, come la pasta di arachidi, tegami di montagne marrone chiaro odorosissime, o alcune verdure già tagliate a striscioline sottili (come il fumbu, fettine sottilissime di foglie tagliate al momento in mucchi verdi) o a rondelline. La frutta viene venduta intera, ma anche pronta per essere mangiucchiata mentre si discute un prezzo o si cerca la propria merce. Manioca ovunque: in farina, in piccoli pani avvolti da foglie secche, in tuberi neri.
Settore dei vestiti e delle stoffe, canottiere e magliette appese in ogni dove, reggiseni che si potrebbero usare come reti da pesca, mucchi di magliette lerce, pantaloni vistosi, qualche strass. Extensions e smalti segnano una piccola digressione tra un paio di estetiste improvvisate, prima di passare ad oggettistiche varie e altri cosmetici. E tronchetti di argilla da mangiare, per le donne incinte. Dietro, si vedono ancora caschi di banane.
Qualcuno ti sfiora la mano e te la tira leggermente, e siccome non te l'aspetti, distratto da tutto quello che ti circonda, ti spaventi e hai un piccolo soprassalto. Un tipo semisdraiato che ghigna alle tue spalle, si ridistende a pisolare. Stronzo. Intorno, si diffonde profumo di spezie e di frutta.
Nel frattempo, mentre pensi ai regali che potresti cercare, a qualche collanina, a chi ti ha chiesto con aria seria di portargli un pezzo di Congo, cambia la tipologia di merce. Cala un po' la luce: sei ormai al centro delle bancarelline di legno, attorno alla costruzione centrale in cemento, e cominciano a comparire strani ossicini, polveri, piccoli crani, bacche seccate, bastoncini e oggetti che non si capisce se siano ripugnanti o meno...ma ad ogni buon conto, meglio non toccare troppo e stare al centro del passaggio angusto tra una bancarella e l'altra.
Perle strane, cordoncini, piccoli fasci d'erbe, becchi e piume, qualche zampa di uccello. Mah.
Non è da queste parti che nasceva la magia nera del vudù africano?
Non ci credo, ma ad ogni buon conto scivolo con gli occhi e non mi soffermo quando mi chiamano "mdele", bianco. Qui non mi va di scherzare e sorridere e salutare. Non ci sono bambini dietro le bancarelle, ma non saprei dire chi altri ci sia.
Nel frattempo l'odore cambia impercettibilmente, fino a che non prende un fondo leggero di ferro, o forse di stantio. Non si capisce bene. E compare una mezza testa di maiale.
La prima reazione è cercare la metà sottostante, ma c'è un tavolaccio di cemento sporco.
La seconda è di guardarsi attorno, in mezzo ad animali macellati secondo tagli di carne decisamente poco consueti.
Ci facciamo avanti tra polli appena scongelati e animali vari, in varie condizioni, da un lato teniamo le bancarelle del macellaio, mentre dall'altro gli ingredienti delle pozioni magiche ricompaiono e qualcosa di peloso mi sfiora la tempia. Di nuovo, un sussulto.
E' una pelle, piccolissima, maculata. Al massimo una spanna e mezza, potrebbe essere un gattino, ma è colorato come un ocelot. Le zampette a cavallo di un palo orizzontale e la coda a penzoloni. Altre pelli si susseguono, appese e arruffate, mentre costeggiamo un po' delle bancarelle degli ingredienti magici.
A sinistra il passaggio entra nell'edificio, e il tanfo si fa più sordo. Delle cose nere e informi stanno stese sui banchi, adesso. Sembrano dei salumi ricoperti di pepe nero. Poi, mentre gli occhi si abituano meglio alla penombra, compaiono mozziconi di peli e aculei, denti. Sono istrici, cani della prateria, roditori lunghi mezzo metro al massimo, affumicati e rinsecchiti, la pelle e la carne della bocca che si tira indietro a mostrare i dentini aguzzi o i denti da roditore.
Alzo gli occhi sui banchi successivi, e su quelli della fila adiacente: mezze teste di antilopi, piccole antilopi alte al massimo un metro, scuoiate, con la testina che penzola.
Corna di pochi tipi: poche specie. Non devono esserne rimaste molte, nei 100 chilometri intorno alla città.
Ci addentriamo, e faccio attenzione a non toccare minimamente alcun pezzo dei banchi.
Aumentano, verso il punto più scuro, le carcasse affumicate. Mi viene da pensare "povere bestie", ma in fondo chi sono per potermi schifare, o impietosire? Ho l'impressione, però, che il cibo in questo mercato non manchi. E che in fondo non manchi molto nemmeno in città. Ho l'impressione che la carne di caccia non sia indispensabile, da queste parti, ma solo il retaggio pigro a perdersi di un passato di cacciatori e raccoglitori, non di contadini.
Le ultime forme nere che vedo faccio fatica a riconoscerle, all'inizio. E io che pensavo di avere l'occhio allenato. Mostrano i denti, canini lunghi, incisivi quasi umani, occhi frontali. Sembrano bambini, ma in che posizione strana: scimmie affumicate, appese per le braccia e le gambe, sono rimaste in questa posizione come se fossero ancora appese al palo per essere trasportate. Il tutto ha l'aspetto grottesco di piccoli ginnasti, o di felini in corsa congelati nel passo più breve. Non sono nemmeno così piccole, non sono tutte vervet (o l'equivalente qui all'Ovest).
Alcuni sono affettati sulla coscia, come uno speck. Questo mi fa impressione, e mi si deve leggere in viso perché qualcuno ghigna e mi chiede se voglio una fetta di singe. Mdele.
Carne scura, muscolo senza un filo di grasso. Mi viene da pensare, chissà com'è la carne umana. Sembrano bambini, neri e abbrustoliti, con ancora il pelo attaccato e i lineamenti in parte riconoscibili. Ma no, un bambino avrebbe una testa più grande, in proporzione al corpo. E poi, chi vuoi che si mangi i bambini?

Con un vago senso di nausea per i pensieri che mi sono venuti, riattraverso un pezzo del mercato che porta alla strada parallela a quella da cui siamo entrati. Davanti a me un cartello governativo dipinto a mano: uno scimpanzè, dei soldi, delle manette. Chissà che scimmie erano, lì sotto, chissà se le manette valgono solo per gli scimpanzè o anche per tutti gli altri primati. Chissà se in realtà chi si mangia il proprio paese fino all'ultimo boccone viene davvero punito. Chissà se in fondo chi si mangia le risorse di "minor" valore non viene invece punito già, per il semplice motivo che chi sta sopra di lui si mangia il paese vendendosi le risorse minerarie, di "maggior" valore.

mercoledì 12 ottobre 2011

Mai paura... (sottotitolo: l'avvelenata)

non ho pazienza, non l'ho avuta mai: non parlarmi di un viaggio che poi non farai



Ho imparato da poco che si chiama “nodding”. Un tipo ti guarda e sorride, accennando affermativamente con il capo. Dove lavoravo prima aveva un termine meno tecnico: “Sìsìsì, certocertocerto”. Lo diceva il mega capo al posto di uno "Scòrdatelo". Mi sembra quasi irreale che ci sia un nome "etologico" anche per questo. Ma almeno, chi ha deciso di dare un’etichetta a questo comportamento cerca di guadagnarci qualcosa: è una sorta di tecnica di vendita. Il nodding lo facciamo tutti i giorni, non ci pensiamo neppure più, per non litigare, per non dare spiegazioni, per non prendere una posizione, per rassicurare (e se devi rassicurare qualcuno, nove a dieci che lo stai fregando).

Quante volte hai sorriso invece con un urlo nelle orecchie che sentivi solo tu? Quante volte hai fatto buon viso a cattivo gioco (maledizione a me, come odio le frasi fatte), mentre avresti davvero dato due pedate al tavolo e insultato tutti i presenti? Che razza di vita ci stiamo facendo, se passiamo metà del nostro tempo a fare quello che non vorremmo?

Passi sul lavoro. Passi quando “il gioco vale la candela”…ma la candela di chi?! Quando questo sorridere comunque e a prescindere prende possesso della nostra vita, forse stiamo sbagliando qualcosa. Cosa abbiamo paura di perdere?

Se hai paura di perdere qualcosa, non è tuo o non lo vuoi. Basta raccontarti balle. Se hai bisogno di chiedere appoggio a qualcuno per farti dire che non sei convinto, non vali il tempo che il prossimo ti dedica. Se hai bisogno che qualcuno ti spieghi quello che già sai, vattene. Non c'è bisogno di te.

Mi trovo in mezzo a situazioni che non mi appartengono, e che sembrano importantissime. Vitali, addirittura. Impossibile prendere una posizione. E davvero non sono mie: sono quelle di un’altra persona. Che fa cose che non vorrebbe, che non ha le palle di prendere in mano una vita e di lasciarla scorrere. Anche se è la sua.

Andarsene, lasciare, cambiare, mandare tutto affanculo: ne sento parlare da una vita. Benvenuti nel Nordest, nella PaludePadana, a Milano. E' una moda degli ultimi 35 anni (non ne ho di più): tutti se ne vogliono andare, vogliono lasciare…ne parlano in continuazione. E anche quando pensano di essersene andati, in realtà si sono solo mossi, traslati, si sono portati dietro tutto quello a cui erano attaccati, tutto il peggio, raramente il buono. Hanno spostato il loro desiderio da un punto all’altro dell’Italia, dell’Europa tutt’al più. Alcuni anche del mondo. Si sono dimenticati a casa solo l’orgoglio di guardarsi in faccia, l’onestà di ammettere le sconfitte, l’umiltà di chiedersi che cosa vogliono e la responsabilità di prendersi quello che vogliono.

Nessuno che abbia gli attributi per guardarsi in faccia e dirsi che forse non sta seguendo la strada che vuole, perché potrebbe voler dire (chissà...) assumersi una maledetta responsabilità verso di sè, l’uscita da una situazione di stallo, l’inizio di una avventura nuova perché quella vecchia la conosciamo già.

C’è sempre un Frank Miller nella tua testa, se lo vuoi ascoltare, che ti ricorda quanto piccolo puoi essere, e quanto squallido ogni tuo tentativo di eroismo. Forse l'eroismo è davvero appannaggio di pochi, e in troppi vorrebbero sentirsi eroi senza sbattersi davvero per esserlo.

Non hai mai pianto? Non ci riesci? Magari è una fortuna, non l’hai mai pensato?

Non perdono più (in primis me).

Da domani farò di nuovo la brava persona.

Desidero ringraziare Wikipedia, che mi fornisce spessissimo gli approfondimenti, e che esiste ancora nonostante lo stato italiano.

giovedì 29 settembre 2011

Punto e virgola

Venezia, 2002

Devo avere un embolo alla vena creativa...sono decisamente troppo stanco per riuscire a scrivere una lettera impegnativa. A questo punto, ho deciso di raccontarti una favola.
Mille storie mi sono venute in mente, e tutte mi prendevano!
Solo che, alla fine, per ognuna mi sono reso conto che non avevo il coraggio di trovare un finale: erano vicende legate a me o ai miei amici, e l'idea di dar loro un compimento mi è sembrata una violenza (oltre che poco scaramantica). Come si può dar termine a qualcosa ancora in corso?
Per quanto mi sia sforzato, è rimasto un blocco impossibile da spostare...per me resta un tabù: non si può prevedere il proprio futuro, né quello delle persone vicine ("non si può" nel senso di negazione: non si DEVE).

Così ho optato per una storiella, che non è del tutto originale: Silvia l'aveva letta su un Topolino e me ne ha parlato...prima o poi ci farò anche i disegni, ma intanto la racconto a te.

PI ESSE: se avessi voglia, la poesia di cui si parla nel testo è di W. Whitman, "We two, how long we were fool'd", dalla raccolta "Figli d'Adamo" (Children of Adam).

L'edizione degli Acquarelli di "Foglie d'Erba" di W. Whitman, dove leggevo questa poesia, è un libro un po' vissuto: siccome sono lento a leggere poesie, me lo sono trascinato appresso per parecchi giorni, dosandolo a poco a poco. Se aggiungi il fatto che a volte lo riprendo solo per il gusto di rileggere qualcosa, capirai che le intemperie ed i maneggiamenti esterni lo hanno un po' sporcato e logorato. La cartella con cui vado all'università, poi, non è esattamente un esempio di pulizia, né di ordine.
Se la copertina è un po' imbigita, tuttavia le pagine all'interno sono rimaste pulite: un po' gialline, è vero, ma si tratta del colore originale della carta, che tra l'altro è un po' datata.

Sono seduto a Santa Marta, Dipartimento di Scienze, nel riquadro d'erba stentata e calpestata che ci ostiniamo a chiamare pomposamente "giardino", immerso nel profumo e nell'ombra delle robinie in fiore.
E' metà maggio, e l'aria si è scaldata e profumata; le sirene delle navi in partenza dalla Stazione Marittima fischiano, mentre il vento porta lontano il fumo nero delle loro ciminiere.
Un professore si guarda attorno guardingo, coglie un fiore e lo annusa in una estatica frazione di secondo, poi lo nasconde con impacciata nonchalance sotto qualche registro o tra qualche foglio, per portarsi quella misera preda nello studio...un surrogato del giardino: un po' sgualcito, è vero, ma sempre meglio di niente. Quando lo ammirerà si sentirà il Re Sole a Versailles.
Sorrido e distolgo lo sguardo, nella speranza di lasciare al luminare quel po' di intimità con se stesso, cercando di non farmi cogliere nel sorriso spontaneo che mi ispira il suo gesto, e di concedergli quel pudore che gli consenta di sentirsi un "Prof.", animale diverso dal comune e fallibile essere umano.
Per questo faccio finta di seguire, interessatissimo, un volo di farfalle; non basta, e chiamo (giustamente ignorato) il gatto che cerca gli avanzi dei panini della pausa-pranzo.
Lascio scivolare gli occhi sulle numerose coppiette che si baciano e coccolano sulle panchine (più per invidia, che per pudore: è primavera, e non credo possa interessare loro il fatto che qualcuno li stia a guardare), mi soffermo su personaggi in camice, su fumatori, su solitari o su coppie di amici: gente di Economia e Commercio, Chimici, studenti di Scienze...
...ma guarda quei due colombi!!

Loro se ne fregano del mondo circostante esattamente come le coppie sulle panchine, e si strusciano e beccano e spulciano con una tenerezza che ha dell'incredibile.
A turno uno si acquatta e, con gli occhi socchiusi, si lascia fare. L'altro gli gira attorno una o due volte, e comincia poi una pulizia del capo, dolce e pignola come solo un innamorato al primo mese di fidanzamento riuscirebbe a fare.

E' a questo punto che sento un sospiro, e comincia la storia che voglio raccontare e di cui sono stato testimone.
Si tratta di una storia che ho seguito da lontano, cercando di non fare troppo rumore, di non disturbare. Ed ecco cosa accadde.

Mi guardai in giro, finchè avvertii un fremito, come soffio nell'aria immobile, tra le pagine del libro che avevo in mano: possibile che il sospiro venisse proprio da lì?
Allora li vidi.
Se vai a guardare, li vedrai anche tu: un punto alla riga 25, dopo la quarta parola, ed una virgola alla riga 23, dopo la settima parola.
Non c'erano molte parole tra loro (in tutti i sensi), ma erano più che sufficienti per capire abbastanza bene che si piacevano.
La primavera, poi, aveva fatto il resto. Un po' mi sentii anche in colpa, per aver aperto quel libro a quella pagina, proprio nel giorno e nell'ora in cui avrebbe assistito alla danza d'amore dei colombi.
Troppe parole allontanano l'amore...ed in questo caso, anche una sola sarebbe stata di troppo! Senza doversi rincorrere, o dover creare alcuna occasione per conoscersi, bloccati dalla sintassi (ma guarda! Anche tra gli uomini, spesso, sintassi e parole bloccano i sentimenti, con strutture rigide dettate dal di fuori) e senza la possibilità di avvicinarsi se non cambiando il senso alla poesia...si erano innamorati.

Anche per loro il modo più atroce, incontrollato, incomprensibile e forse sincero di innamorarsi, era stato il non potersi raggiungere. La durata (era evidente che i sospiri duravano già da parecchio) era però indice della forza del loro sentimento (se fossero stati umani, avrei detto che era indice della loro testardaggine...).
Come ogni amore che si rispetti, aveva i suoi spettatori (tra i quali ero solo l'ultimo arrivato) ed i suoi confidenti, dall'una e dall'altra parte.
Così lasciai l'astuccio sopra la panchina, aperto accanto al libro. Questo rivolgeva le pagine con la poesia verso il cielo, quasi come fosse un'invocazione che facevo, per me e per tutti gli abitanti del mondo.
Mi nascosi dietro uno dei tronchi di robinia, senza l'accortezza di nascondere anche le mie mosse e palesando così una volta di più a chi mi guardava la mia estraneità al comune (e ricco di buonsenso e luoghi comuni) modo di comportarsi.
Spiai senza ritegno ciò che accadde.
Non appena fu certa la mia dipartita, un fermento percorse le righe, coinvolgendo gli innamorati senza che questi, in realtà, capissero bene il perché.
Ad uno ad uno: penne, matite, gomme e righelli, vennero interpellati ed invocati per un aiuto ed un consiglio...impotenti, tuttavia, di fronte alla grandezza della cosa.
La vecchia stilografica, con la punta storta da una mano non troppo gentile in tempi ormai andati, uscì per sentire meglio la storia.
Alla sua età, ormai, il romanticismo e i ricordi di quel che è già stato sono diventati una realtà in cui è più piacevole vivere. Così si chinò sulla virgola, per sentire dalle sue labbra la confessione d'amore; e questa, forse spinta dalla vacua ed inoffensiva bonarietà di un cimelio del tempo delle elementari (o forse cedendo all'impulso che ci fa parlare con gli estranei, con più confidenza che con i conoscenti, delle nostre questioni di cuore), le raccontò i fatti.
Commossa, la stilografica stillò una lacrima, che si andò a mescolare con l'acquosità del suo sguardo, sciolse l'inchiostro nel pennino, vecchio di anni, e cadde...

...cadde, cadde, cadde, lentamente, fino a fermare il suo volo libero e ad essere imprigionato sulla carta, ormai immobile: un punto sopra la virgola.
Prigionieri di un simbolo di interpunzione quanto del loro legame, per libera scelta.
Traboccanti di felicità per il semplice atto dell'essere vicini.
Tutto attorno a loro, ognuno si sentiva un po' artefice della loro felicità...e un po' anche io.
Qui comincia un'altra storia, ancora tutta da scrivere.
...e io sono rimasto a guardare.